Quelli che hanno due case

Quelli che hanno due case non sono mai completi, ma divisi a metà.

Hanno il piede in due scarpe, il cuore in due luoghi.

Quelli che hanno due case vivono nell’eterno conflitto e nel paragone di una e dell’altra. Sono nomadi in cerca di tasselli.

Hanno lasciato qualcosa alle spalle, che poi tanto lasciato non era, e vivono nel futuro, sperando che il tempo possa rivelar loro la posizione esatta della propria anima come una puntina su Google Map.

Quelli che hanno due case le amano e le detestano entrambe, e non sanno decidersi. Si sentono in trappola, sul confine tra sogni e certezze.

Hanno mondi paralleli, in cui accadono cose diverse, simultaneamente.

Dov’è, quindi, casa?

Dove ci sono gli affetti, i ricordi, le certezze, o dove s’insinuano i sogni, le speranze, la libertà? E’ quel luogo dove riponiamo vestiti, libri, piatti sporchi e indipendenza? O è il posto dove torniamo bambini senza riuscire a crescere?

Quelli che hanno due case sanno che, nel momento esatto in cui hanno preso il volo, hanno visto aprirsi un mondo fatto di possibilità e bellezza, che prima sembravano non esistere più. Bellezza che, però, vorrebbero condividere con le persone che si sono lasciate alle spalle. Hanno scelto di costruirsi una vita in un luogo diverso, lontano da quello ch’era stato imposto loro per nascita e casualità.

Hanno SCELTO, e proprio per questo non si daranno mai pace.

Quelli che hanno due case sanno che hanno fatto un passo nell’ignoto, brancolano nel buio, e non possono tornare indietro. Non vogliono. Perchè è costata così tanta fatica riscoprirsi e adattarsi, ricominciare da zero, che non può essere stato tutto vano. Perchè alla fine ce l’hanno fatta, hanno puntato il dito sul mondo e sono partiti, con uno zaino o con un furgone pieno di scatoloni, pieni di dubbi e paure. Hanno temuto di gettare la spugna tante volte, ma hanno sempre stretto i denti per rincorrere un sogno, o un amore, o un lavoro, la pace. E il passato non sarà mai un limite, per loro.

Il mondo è la nostra casa. Le persone. Quelle che incrociamo tutti i giorni, e quelle che restano con noi, anche solo per poco tempo. La nostra famiglia. Padre, madre, sorelle e fratelli. Nonni. Quelli che fanno male come un pugno, la sera, a saperli ancora lì, ad aspettare che torniamo a trovarli, in quella casa che è sempre stata nostra.

Quelli che hanno due case sentono due volte. Vivono due vite. Forse nessuna pienamente, o forse vivono il doppio. Dipende da loro. Quelli che hanno due case conoscono due culture, non hanno abitudini, non si spaventano, perchè sanno che potrebbe essercene una terza. O una quarta. O cento. Perchè ormai sono fuori, hanno saltato, sono diventati grandi.

 

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La tentazione di essere felici

“Passi la vita a credere che un giorno ciò che speri accadrà, salvo poi accorgerti che la realtà è molto meno romantica di quanto pensi. E’ vero, i sogni qualche volta si presentano alla tua porta, ma solo se ti sei preso la briga di invitarli”.

Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici

Iceberg

Le persone che non si pentono mai sono quelle che mi spaventano di più. Quelle che sono sempre sicure, che non si voltano mai indietro, che tirano dritto senza porre troppi interrogativi sul passato. Le persone che non esaminano, non scavano, ma restano lì, in superficie, come l’acqua cheta di un laghetto in periferia.

Mi spaventano perché non imparano dagli errori. Non imparano perché non li vedono, li giustificano come “lati oscuri” di un carattere imperfetto, perché di perfetto non c’è nessuno. Mi terrorizzano, perché si fermano sulla porta, senza mai entrarvi. Mantengono distanze sottili, quasi invisibili, di cui non ci si accorge. Alzano muri sempre più alti, e ti tengono dall’altra parte. Fanno ben attenzione a non creare varchi, a non farti entrare dalla loro, di porta.

Mi spaventano le persone troppo pratiche, che non si fermano un secondo, che non riflettono e non osservano, ma vivono sempre in azione.

Mi spaventano perché non si può toccar loro l’anima, non le si può guardare dentro, perché c’è un grande buco nero.

So che esistono, le persone – iceberg.

Lo so, perché mi ero innamorata, prima di affondare.

Bisogno di CAOS

Come accade che si smette di divertirsi? E quando succede, come si esce dalla rete in cui si è imprigionati?

C’era una ragazza sorridente, vitale, esplosiva come il Sole in piena estate, che amava la notte e gli shot di tequila in compagnia. Amava ballare, guidare senza meta, ascoltare musica e ridere, ridere tanto. Lei ricorda di essere stata simpatica, di aver fatto battute per le quali gli amici ridevano fino alle lacrime. Ricorda l’entusiasmo per le cose nuove, grandi e piccole, e la voglia di scoprire tutto, ogni angolo del mondo, ogni possibilità celata o palese. Ricorda di aver avuto tanti sogni, obiettivi, e il piede sempre spinto sull’acceleratore della propria vita. Ricorda la sua lavagna a muro coi propositi, anno per anno, lunghe liste con voci che venivano depennate man mano che venivano realizzate. Una ragazza che trovava pace nel camminare in mezzo ai prati e si fermava a pensare all’ombra di un salice, seduta su un muretto ammuffito. Che viveva di emozioni, di soffi, di attimi.

Come accade che, ad un certo punto, si diventa così noiosi, apatici, così vecchi? Che si perde interesse per ogni cosa, per tutte le infinite possibilità che non si ha voglia di cogliere perchè manca l’ispirazione, la scintilla, la passione.

La lavagna è vuota, c’è un enorme spazio nero ed il gessetto rotto appoggiato sulla mensola. Ci sono scarpe ordinate in fila, e vestiti divisi per colore. Ci sono compromessi, desideri inchiodati a forza, e mensole piene di oggetti impolverati di un passato che sembra appartenere a qualcun altro.

Bisognerebbe mettere tutto a soqquadro e vivere come capita, senza alcun ordine, e tornare allo stato brado. Bisognerebbe abbandonare i vestiti su una sedia, lasciare le tazze sporche nel lavandino, mangiare sul divano e sporcarsi, oppure non mangiare affatto. Bisognerebbe fare ciò che non ci si aspetta, nemmeno da noi stessi, sovvertire le aspettative e le abitudini. Andare oltre i nostri limiti, anzi, non porseli proprio.

Solo il CAOS può restituirci a noi stessi.

 

Festa del Papà

A te che, quando hai qualcosa, ne dai a noi il doppio.
A te che mi hai insegnato ad amare le canzoni italiane di un tempo, un tempo che era tuo. E che hai provato ad insegnarmi a suonare la chitarra, anche se non ne sono mai stata capace.
A te che di errori ne hai commessi, perchè sei umano, ma che non ti sei mai arreso.
A te che sei un sognatore, come me, e so a chi assomiglio.
A te che fai lo sguardo duro, e ridi sotto i baffi.
A te che sai fare tutto, che costruisci, smonti e rimonti.
A te, papà. Che, nonostante tutto, nonostante un passato difficile, non hai mai smesso di essere al nostro fianco.
Con tutto l’amore che abbiamo, tanti auguri per la tua festa.
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