Il Regime del Terrore

Torino, Piazza San Carlo.

3 Giugno 2017.

Ore 17, Huntsman Pub, Corso Vittorio Emanuele.

Il mio compagno desiderava da tempo prenotare in quel locale per vedere l’attesa finale di Champions.

Ci siamo trasferiti da poco più di un mese in Toscana, ma se la Juve va in finale, la si vede a Torino.

Così abbiamo approfittato del ponte per tornare al Nord, passare del tempo con le famiglie e vedere la partita tutti insieme.

Mia sorella e mio padre erano titubanti. A Silvia la partita non interessava, e mio padre ha timore dei luoghi affollati. Ma gli abbiamo garantito che non saremmo andati in Piazza in mezzo alle migliaia di tifosi, e così è venuto con noi.

Un pomeriggio in centro tra shopping e racconti di questo tempo lontani. Papà con le sue due figlie, fiero. Il mio compagno con la maglietta della Juve regalatagli l’anno scorso per i suoi trent’anni (da me, ovviamente).

Alle 19 ci rechiamo al pub in anticipo, per evitare di incorrere nel traffico delle prenotazioni e per gustare una birra fresca come aperitivo, aspettando il calcio d’inizio.

Ci fanno accomodare al tavolo, in un corridoio stretto sul lato del pub, accanto a dei tifosi cinesi con un cagnolino simpatico e iperattivo.

Il menu non è il solito di sempre, perchè non potrebbero far fronte a troppe richieste.

Ci hanno detto che, questa sera, ci sono seicento persone a vedere la partita in questo pub.

Ordiniamo il nostro hamburger con patatine, nell’attesa scattiamo qualche selfie tutti insieme per ricordarci di questa splendida giornata in cui ci siamo ritrovati.

Papà è felice, fiero delle sue figlie ormai cresciute. Cristiano attende solo la partita, un pò nervoso e pieno di buone speranze.

Ore 20:45. Si comincia.

Spiego a mia sorella la formazione e le racconto qualche aneddoto di ogni giocatore, in modo tale che anche lei possa sentirsi coinvolta, almeno un pò. Le dico che è una partita difficile e che Ronaldo è pallone d’oro. Le racconto che le ragazze sbavano per lui, ma a me non piace. Lei concorda con me.

Nel pub voci e cori si alzano all’unisono, i camerieri corrono tra i corridoi gremiti di gente, in preda alla frenesia. Bandiere, trombette, la gioia di stare tutti insieme per un’unica causa, uno dei pochi istanti in cui il Popolo Italiano riesce a fare gruppo per qualcosa.

Goal del Real Madrid, non vola una mosca.

Goal del pareggio della Juventus, il pub esplode in festa e Cristiano abbraccia tutti e urla come un pazzo, spaventando mia sorella, mio padre e la cinese affianco a lui a cui per sbaglio ha dato una manata in testa.

Fine primo tempo, tutti fuori a fumare.

Dai che la partita è tosta, ma ce la possiamo fare. Siamo già pronti a far festa, a sventolare le bandiere e uscire in strada, brindare con bicchieri pieni e umidi di ghiaccio.

Inizio del secondo tempo. Siamo tutti seduti ai nostri posti, attenti, trepidanti, col cuore in gola.

Guardo mio papà, ormai sulla soglia dei sessanta, e mi scoppia il cuore d’amore. Allungo la mano verso mia sorella, sette anni più piccola, bellissima. La ragazza migliore che esista. Mi sono mancati tantissimo.

Secondo goal del Real Madrid. La delusione aleggia in tutte le stanze, ma la speranza è l’ultima a morire.

Terzo goal del Real. La fiamma poco a poco si spegne e ci si accascia sulle sedie, stanchi e frastornati. Eppure ci avevamo scommesso. Cristiano guarda lo schermo sbigottito e triste, sa che la Champions è una sorta di maledizione, si sente tradito.

Gli animi sono tutti un pò spenti, regna il silenzio.

Ma non dura.

In un attimo tutto cambia e l’incubo prende il sopravvento come quelle notti in cui non riesci a svegliarti.

Tutti i volti girati verso l’ingresso del pub, un rumore assordante.

E la folla.

La folla che si riversa dentro il locale e corre verso il retro, dove siamo seduti noi. Corrono come una mandria di elefanti imbizzarriti, urlando “sparano, scappate!”.

Il freddo gela gli arti, paralizza il cervello. Penso che stasera morirò. Penso che vedrò morire le persone che amo di più al mondo. Penso che i terroristi da un momento all’altro faranno capolino da dietro l’angolo e ci uccideranno tutti. Penso a mio padre e alla possibilità che gli venga un infarto. Penso a mia sorella, che è ancora troppo giovane e innocente per finire così i suoi giorni.

La folla corre verso di noi rovesciando tavoli, sgabelli e bicchieri e creando un tappeto di vetri rotti. Io e Silvia sulla loro rotta, sedute sul lato del corridoio. Spingo indietro la sedia con tutta la forza che ho e mi giro verso di lei, l’afferro, cerco di portarla via, prima che ci investano e ci travolgano. La tengo stretta ma la perdo, perchè la folla ci ha raggiunte e trascinate come una corrente violenta. Cerco di restare in piedi, guardo dappertutto, vedo centinaia di teste e mani, urlo “Silvia! Papà!” , ma non li vedo.

Finisco nei bagni in fondo al locale. Il posto peggiore per nascondersi. Penso che devo uscire da lì, ma prima devo trovare mia sorella.

Il cameriere cerca di calmare tutti, nessuno sa cosa è successo. Dicono che qualcuno spara ma non si sentono più rumori.

Ho la testa ovattata e mi gira la testa, ma devo restare lucida e cercarla.

Poi Silvia trova me, e papà trova noi due e ci trascina fuori dal bagno.

Le borse, i telefoni, i documenti, tutto sul tavolo. Chissà se ci sono ancora.

“Papà, dov’è Cristiano?”

La gente comincia ad uscire dal retro e si riversa nel cortile. Papà ci accompagna fuori e intanto scorgo la testa di Cristiano (meno male che è alto) vicino ai tavoli dov’eravamo seduti, in fondo al corridoio.

Tutti hanno paura. Alcune ragazze escono nel cortile rette da altri ragazzi, svenute, senza scarpe, livide, ferite dai cocci di vetro. Una ragazza con una bandana si avvicina a mio padre e gli chiede di aiutarla. Deve trovare la sua borsa, dentro ci sono le medicine per la chemioterapia, ma gliel’hanno rubata.

Papà e Cristiano escono dal locale con le borse e ci dicono di andare via. Usciamo dal portone e vediamo gente correre e urlare, e corriamo anche noi. Andiamo veloci verso la macchina, parcheggiata vicina, ma devo aspettare Silvia che non si sente bene, le gira la testa, sta per svenire per la paura.

Ancora non sappiamo cosa sia successo, non sappiamo se ci sia qualche terrorista nei paraggi, non sappiamo niente. Sappiamo solo che dobbiamo correre e andare via.

Arriviamo alla macchina, controlliamo di avere tutto e di non aver perso niente, telefoni, documenti, maglie, il senno. Nessuno di noi parla, siamo terrorizzati. Cristiano ingrana la marcia e sgomma, ci porta il più lontano possibile da quell’incubo, fuori da Torino.

Accarezzo la spalla di papà, sperando che stia bene. Gli occhi raggelati, le mani sudate. Stringo la mano di mia sorella seduta al mio fianco, sento il suo cuore battere così forte che ho paura le possa scoppiare da un momento all’altro. Accarezzo Cristiano, sudato fradicio, freddo.

Potevo perderli. Potevo perderli tutti.

Un quarto d’ora che è durato una vita, non finiva più.

Il terrore vivido in quelle centinaia di occhi, di mani all’aria, di urla.

Sembrava di essere dentro ad un telegiornale, dietro i giornalisti coi loro microfoni a raccontare l’ennesima strage.

Ora so cos’hanno provato tutte quelle persone.

Persino quelle che, a Londra, solo un’ora dopo, hanno vissuto un incubo da cui però non si sono svegliati.

Il regime del terrore è ciò che vogliono creare, e ci sono riusciti.

Abbiamo paura di morire. Paura di perdere i nostri cari in giorni che dovrebbero essere di festa e condivisione.

Adesso rivedo nella testa quel momento. Quello in cui ho visto un branco di prede spaventate scappare dai leoni e aggrapparsi alla vita, l’uno con l’altro, e a scapito degli altri. Ho visto e provato quanto è forte l’istinto di sopravvivere. Quanto fuoco abbiamo dentro nel momento in cui ci sentiamo in pericolo.

Ho visto, io c’ero. E non potrò mai dimenticare.

La Magia di un Buongiorno

Secondo Le Monde, la francese Canal Plus, madre delle tv a pagamento e proprietaria di Telepiù, sta per annunciare il primo calo di abbonati nella sua storia ventennale. Che succede? Un sospetto ce lo abbiamo e non ha niente a che vedere con il costo e la qualità dei programmi, moltissimo invece con la nausea da saturazione mediatica. Chiunque abbia un satellite in casa saprà di cosa si tratta: centinaia di canali che solo a curiosarli tutti ci si perde mezz’ora, decine di film di ogni epoca e genere fra i quali è impossibile scegliere, anche perchè bisognerebbe avere due ore libere per gustarsene uno. Ma chi le ha più, due ore lisce e filate, se alle dieci di sera ancora deve consultare il televideo, leggere l’articolo di giornale saltato al mattino, lanciare uno sguardo colpevole al romanzo che giace esanime sulla mensola, aprire la posta elettronica e cartacea, ascoltare la segreteria del telefonino e pure quella del telefonone, andare sul sito web consigliato dall’amico tramite sms, rispondergli con un messaggio possibilmente spiritoso e nelle pause parlare coi parenti e accorgersi della nuova pettinatura del coniuge? La tecnologia va troppo veloce per le nostre limitatissime forze. Se ne lamentava già Troisi a proposito dei libri: “Voi siete in tanti a scrivere, ma a leggere io sono solo!” . I guru del progressottimismo non avevano calcolato che l’eccesso di offerta genera angoscia e paralizza la scelta. Oggi la vera libertà è spegnere tutto, compreso ogni tanto se stessi.

Massimo Gramellini, 2001

Blog sull’Arte

ATELIER PAGLIUCA

Cari lettori, ho appena avviato un nuovo blog sull’Arte (la mia materia principale).

I contenuti del blog saranno recensioni, racconti, consigli e riflessioni sul mondo dell’arte, complesso e intricato, diretto ad artisti emergenti, curiosi e “profani”.

Vi chiedo, dunque, di darmi una possibilità nel farvi entrare in questo splendido mondo, e di seguire il blog, fornendo le vostre opinioni e il vostro prezioso contributo.

ATELIER PAGLIUCA

“Certe volte mi rendo conto di quanto tutto sia così frivolo, di quanto facilmente un rapporto si sgretola per una parola detta in un momento sbagliato o per un silenzio frainteso.  Il mondo è di un equilibrio impercettibile e siamo tutti clown che pedalano su una ruota sola cercando il proprio baricentro.”